Filosofia del perfetto androidiano

Da Wikipedia: In informatica, open source indica un software i cui autori (più precisamente i detentori dei diritti) ne permettono, anzi ne favoriscono il libero studio e l’apporto di modifiche da parte di altri programmatori indipendenti.
Android è un software open source per dispositivi mobili, ma fermarsi a questa accezione della definizione rischia di essere particolarmente limitativo.  L’androidiano fervente si approccia al mondo Android come un fedele alla propria religione, convinto che la filosofia che vi sta alla base sia costituita da precetti che possano davvero cambiare il mondo.
Android è come un grande piazza illuminata dove le persone non hanno paura di passeggiare perché si fidano ciecamente degli altri che camminano nello stesso spazio. Pur coscienti che fra di loro possano esserci malintenzionati sa che quel luogo è frequentato da altri che, come lui, vogliono rendere quella piazza più accogliente e i suoi visitatori più felici. Una felicità e un bagaglio di conoscenze da portare successivamente fuori per rendere lo spazio circostante più vivibile e con gli stessi valori di quella piazza.
In contrasto con altri sistemi più chiusi ed elitari (i cui sostenitori spesso si sentono parte di una casta eletta) Android ha come base una filosofia di condivisione che porta a voler operare, a volte, perché no, anche con profitto, per allietare o rendere qualitativamente migliore il tempo degli altri.
Il rischio di passare per invasati, ne sono cosciente, è alto, ma che male c’è a pensare che possa esistere ancora un mondo dove un’azione è disinteressata? Dove chi crea un app o un sistema per rendere più performante il processore del nostro device lo faccia per fornire un servizio?
Se poi dietro tutto questo vi è anche un bisogno di gratificazione personale ben venga; dopotutto è quando l’uomo cerca di superare i propri limiti che rende migliore sé stesso e il mondo in cui vive.

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